martedì 6 maggio 2014

La mala éducation

Fin da piccola, le buone maniere sono state una costante della mia vita.
Non che avessi alternative, vivendo in un paesone in cui non puoi essere altro che una signorina a modo e sistemata, ma posso dire che dopo quasi vent'anni, il risultato è più roseo delle aspettative.

Per quello che mi hanno insegnato, non c'è nulla di sgarbato nell'avvisare di un mancato appuntamento, anche se le motivazioni forse non erano proprio vires quibus resisti non potest.
Ancor meno sgarbato, cercare di trovare un compromesso per dar voce a più persone. Anzi a dirla tutta, quella l'ho sempre vista come una gentilezza, ma magari esagero.

Al contrario, l'incredibile maleducazione è interrompere qualcuno quando parla, per saltare automaticamente alle proprie conclusioni. Stesso discorso per il giudicare una persona senza conoscerla: subito penso alla nonna che, ad ogni pranzo di famiglia, gela con lo sguardo mamma e le zie zitelle se gli scappa una parola storta. ''E' una cosa da capere, da inciucesse'' - dice lei - e vi assicuro che nessuna delle due parole è sinonimo di ''educato''.

Non importano le motivazioni personali, per quanto onorevoli: definire un discreto numero di persone ''arrogantelli figli di papà'' per il semplice motivo che hanno il badge nel portafoglio di una determinata università, non è tanto diverso dal bollare il male con una stella di stoffa sui cappotti. E solo perché viene scritto su Facebook - e acclamato da fiumi di like - non diventa libertà di espressione o libertà parola. Al massimo è libertà di parolacce, ma per chi legge.

Ho tanta stima dei ragazzi che ancora decidono di interessarsi a quello che gli succede intorno, di mettere qualcosa in movimento, ancor di più se poi, questa voglia la impaginano e la distribuiscono tra i corridoi di un' università. Ho tanta stima, e gliela rinnovo stasera, con i complimenti per la maturità e la classe che -diciamocelo- nemmeno le nostre fantomatiche carte di credito Mastercard Black di papà possono comprare.






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